Villa Zanardini Fabris

La nobile famiglia  Zanardini risiedeva a  Venezia, dove aveva già acquisito diversi  beni. Successivamente,  a seguito della  crisi dei commerci marittimi,  i Zanardini investirono,  come i componenti di altri rami della famiglia,  in domini di terra, prendendo in   affitto o  comperando terreni in Friuli, soprattutto  da Alvise  Mocenigo, figlio del fondatore della città ideale di Alvisopoli.  Intorno al  1790 i Zanardini costruirono una  villa a Sesto al Reghena, oggi in provincia di Pordenone, vicino al fiume di risorgiva Reghena  e al porto fluviale di Portogruaro,  garantendo in questo modo  facili e rapidi contatti con Venezia. I nomi  dei proprietari della villa sono riportati nel catasto napoleonico e  austriaco. Tra  questi spicca la figura di Teresa, sposata con Girolamo Fabris,  medico proveniente da Cividale.  La coppia, che aveva fissato la propria residenza a Sesto,  ebbe una numerosa prole di 18 figli.   Le produzioni agricole riguardarono soprattutto  cereali e uve e furono affiancate dall’allevamento dei bachi da seta. Diversi componenti della famiglia si impegnarono politicamente come podestà del paese. La successiva introduzione di tecnologie innovative portò a rinnovati guadagni. Allora  la villa,  con grande fervore funzionale,  ma anche estetico e di prestigio, venne ampliata, arricchita da affreschi, timpani,  colonne e statue e fu affiancata  da due imponenti barchesse disposte simmetricamente a lato della villa padronale. Anche il giardino fu organizzato con attenzione alle tendenze correnti.  Le guerre, in particolare la prima guerra mondiale, con la fuga e l’esilio della famiglia, causarono  numerosi danni e perdite spesso irreparabili, tra cui gli archivi cartacei e i  libri di testo. Tuttavia qualcuno della famiglia rimase sempre,  trattenuto da radici trans generazionali  e dal piacere di conservare, per quanto possibile, dei beni storici.

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Via Zanardini, 10

3381822750

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La storia

La villa Zanardini Fabris Fancello è situata a Sesto al Reghena, in provincia di Pordenone, al confine con il Veneto. Fu costruita intorno al 1790, sulla riva sinistra del fiume di risorgiva Reghena. Il nome del paese deriva  dalla sua antica posizione al sesto miglio della strada romana che portava da Concordia Sagittaria al Norico (l’attuale Austria), dove c’era una stazione militare per il cambio dei cavalli. Il nome Reghena deriverebbe dal termine celtico, o pre-romano, “reca” cioè cascata, a significare l’abbondanza d’acqua. Lo stesso fiume era stato in parte deviato in modo da formare un fossato difensivo,  intorno alle mura del  vicino complesso abbaziale di santa Maria in Silvys, fortificato dopo le distruzioni barbariche degli ungari (899-955). Un altro vantaggio, che ha sicuramente influito nella  scelta del luogo di costruzione della villa è stata la vicinanza con la città di Portogruaro che, come dice il nome,  era un porto fluviale punto di arrivo e partenza di merci da o verso Venezia e  altre località.  L’ultima parte del viaggio richiedeva solo un breve  percorso via terra di pochi chilometri. Non è chiaro se la costruzione della villa avvenne ex novo o partendo da strutture preesistenti, come sembra suggerire la presenza di iniziali (VB), incise sia  alla sommità di un lastrone di pietra, con bordi rialzati,parte  del muro  verso Nord, sia sulla cornice in pietra del portone principale d’ingresso. Queste parti  tuttavia potrebbero far parte di materiali di recupero provenienti da altri edifici. I nobili Zanardini, provenivano  da Venezia, dove possedevano diversi beni.  Con lo spostamento delle risorse economiche veneziane  dai domini di mare ai domini di terra, i  Zanardini presero in affitto o  acquistarono nella bassa friulana diversi terreni ed  immobili, soprattutto da Alvise Mocenigo, grande possidente terriero, figlio del costruttore della non lontana città modello di Alvisopoli. La datazione della Villa e i nomi  dei proprietari sono riportati nel catasto napoleonico e poi austriaco.   Antonio risulta unico proprietario della villa nel primo documento ed è co-proprietario nel secondo, insieme alla figlia Teresa, nata a Venezia nel 1816.  La nobildonna Teresa secondo testimonianze  orali, tramandate nel tempo in  famiglia, risulta essere figlia unica   e sembra aver scelto senza esitazioni  di sposare  il medico Girolamo Fabris, di Cividale. La coppia fissò la propria residenza a Sesto al Reghena ed ebbe ben 18 figli. Questa fertilità, che oggi appare “eccessiva”,  non era rara ità all’epoca, nelle famiglie di ogni ceto, sostenuta dalla necessità di  avere braccia sufficienti  nel caso degli agricoltori o di  favorire la continuità del casato nelle classi sociali più alte. In questo modo si volevano  contenere  gli effetti nefasti dell’elevata mortalità a seguito di  guerre rovinose, epidemie che colpivano uomini, animali e piante con perdita di risorse e carestie. Gli investimenti della famiglia nella campagna  riguardarono soprattutto la coltivazione di  cereali e viti  e l’allevamento di bachi da seta. Questo settore offriva una buona opportunità di lavoro e guadagno a breve termine. L’attività coinvolgeva soprattutto le donne del posto ed era  diretta da Teresa, alla quale stava a cuore il miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie di contadini, favorendo nel contempo le capacità femminili di autonomia. Alcuni componenti della famiglia  Zanardini parteciparono attivamente alla gestione  civica del paese in veste  di podestà.  Verso la metà del 1800, il giro di affari andò incontro ad un importante incremento, mediato anche dalla  acquisizione  di nuove tecnologie a supporto delle diverse produzioni agricole. Tale benessere ebbe importanti ricadute strutturali ed estetiche sulla villa: l’edificio padronale venne ingrandito e munito di timpani  triangolari,  impreziositi da statue sia a Nord che a Sud. Furono poi  costruite,  bilateralmente e simmetricamente, rispetto al corpo centrale, due capienti  barchesse.   Le due  strutture in stile neoclassico sono simili ma non identiche: entrambe acquisirono un timpano triangolare a Nord, ma mentre l’edificio a est fu dotato di un ingresso posto tra due colonne doriche, in pietra, quello a ovest fu decorato, in modo più spartano, tramite  colonne squadrate, realizzate  in mattoni.  Anche gli interni sono in parte diversi. La barchessa a  ovest è caratterizzata al piano superiore da uno spazio molto ampio suddiviso a metà da una fila di arcate a tutto tondom  mentre al pianterreno lo spazio è tripartito da due  file di semplici colonne, in legno.  In questa fase si  pensò anche ad arricchire la villa con degli affreschi, eseguiti probabilmente da più artisti, che purtroppo sono rimasti sconosciuti.  Il salone a piano terra fu decorato in stile liberty, con  un tripudio di putti e di fanciulle leggiadre che emergono sorridenti da  velari e da pergole.  Gli affreschi sullo scalone principale presentano personaggi simili ma meno affollati. In passato il salone a piano terra comunicava direttamente  con lo scalone  assicurando una maggiore continuità tra gli affreschi  e una migliore visibilità.  Altri dipinti sono presenti nell’alto soffitto della loggetta  e in una stanza, quest’ultima con dipinti grotteschi. Gli esterni dalla villa includono una corte selciata, circondata da una giardino all’italiana, a sua volta delimitato da un parte all’inglese, con essenze arboree e alcune statue, non tutte integre, ma comunque di fascino. Infine vi è un ampio  brolo dove in passato crescevano la vite e diverse tipologie di alberi da frutta. Le due guerre mondiali – soprattutto la prima, provocarono gravi danni alla villa, con perdita di arredi, serramenti, libri e documenti, trafugati o bruciati  dalle truppe per combattere il freddo invernale.  La ripresa nel periodo postbellico richiese del tempo, tuttavia   qualcuno della famiglia rimase sempre,  trattenuto da radici trans generazionali  e dal piacere di conservare, per quanto possibile, dei beni storici.

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